LA NUOVA LEGGE SULL’APICOLTURA

L’apicoltura: fisionomia e dinamiche.

 

L’apicoltura, accanto alle sue finalità produttive, riveste un ruolo di prim'ordine ai fini degli assetti del ciclo biologico naturale. Il massiccio impiego di fitofarmaci tossici e non selettivi, la pratica di monocolture su vaste estensioni, la meccanizzazione e la perdita di cespugli e di essenze spontanee, hanno provocato la quasi totale scomparsa degli insetti utili e la corrispondente crescita di organismi dannosi. Il quadro si è complicato con la progressiva tendenza ad utilizzare in frutticoltura cultivar autosterili e sementi ibride che dipendono da impollinazione incrociata. L'apicoltura, ovvero la valorizzazione dell’operosità delle api attraverso l'esercizio di un insieme di attività, risponde quindi anche a finalità ambientali in relazione al fatto che l’azione impollinatrice delle api è indispensabile per gli equilibri ecologici della flora spontanea. Le api, infatti,  svolgono un ruolo molto importante nel settore agricolo non soltanto attraverso la produzione di miele e di altri prodotti pregiati, quali pappa reale, polline, propoli e cera, ma anche grazie alla loro fondamentale funzione regolatrice dell’ecosistema. La presenza delle api si è rivelata l’unico modo per soddisfare le esigenze di fecondazione di molte colture. Il servizio di impollinazione si è sviluppato anche in relazione a tale esigenza, poiché esso rappresenta un valido strumento di intervento ai fini della ricomposizione degli equilibri biologici compromessi e della tutela di quelli esistenti. Questo servizio consiste nel trasferimento, da parte degli apicoltori, in coincidenza della fioritura, dei propri alveari nei frutteti e nelle colture da seme, al fine di migliorare il grado di impollinazione delle piante e assicurare all’agricoltore produzioni più abbondanti e qualitativamente migliori.

E' tuttavia evidenziabile che tale comparto dell’allevamento è stato trascurato, prevalentemente a motivo della sua marginalità e della varietà delle tipologie professionali degli operatori. Tale fenomeno ha interessato molto il nostro paese, benché l'Italia rappresenti il quinto produttore europeo di miele  ma sia il primo produttore europeo per varietà di mieli. Tuttavia, nel caso specifico dell'apicoltura nazionale, questo settore attraversa una fase, iniziata dagli anni '80 e non ancora esaurita, di allontanamento progressivo sia dall’organizzazione di tipo aziendale sia di separazione dall'agricoltura, nonostante in questo ventennio si siano osservate una crescente presenza di apicoltori ed un incremento del patrimonio apistico. Il settore dell’apicoltura ha così assunto le dimensioni e le caratteristiche di una microfiliera, che vive ai margini dell’agricoltura e si distingue da essa con nettezza. Non esistono dati ufficiali sul patrimonio capaci di fotografare l'effettiva dimensione di questa realtà produttiva, in quanto  anche i dati Istat ricavabili dal censimento generale dell'Agricoltura comprendono solo le arnie presenti in aziende che svolgono contemporaneamente un'altra attività agricola.

Da stime effettuate in relazione ai dati forniti dalle principali organizzazioni operanti nel settore e dagli organismi regionali (anni 2001-2002), il numero complessivo medio annuo desumibile è di 1.100.000 arnie detenute da circa 75.000 apicoltori. I professionisti rappresentano l'1,5% degli apicoltori totali; i semi-professionisti costituiscono il 10%, mentre la restante percentuale rappresenta l'elevato numero di amatori dell'ape. L'estrema polverizzazione aziendale, nonché le profonde differenze climatiche e ambientali esistenti in ambito territoriale, hanno reso sempre molto difficoltoso quantificare con precisione l'attività apistica. Il ridotto numero di figure professionali e l’aleatorietà che contraddistingue il settore apistico hanno contribuito a rendere difficile la definizione dell’apicoltore come figura professionale agricola ed a scoraggiare interventi di natura legislativa.

Anche patologie estremamente dannose per le api hanno contribuito a oscurare il quadro complessivo dell'apicoltura italiana ed europea, considerato che la varroasi, in particolare, decimando per intero colonie di api su tutto il territorio comunitario, ha costituito un vero flagello per il comparto apistico, obbligando gli stati a varare specifiche misure di intervento: a livello europeo, la lotta contro la varroasi assorbe il 40% delle spese programmate nella maggior parte dei paesi membri. D'altra parte, proprio in ragione di questi fatti, è stata ravvisata la necessità di un profondo ripensamento della politica di settore, costringendo agricoltori e tecnici a rivedere anche l'impianto delle strategie di sostegno e di intervento in apicoltura.

Il quadro ha presentato connotati negativi anche per quanto riguarda gli aspetti economici a cui è legata l’apicoltura: la produzione di miele in Europa è inferiore al  fabbisogno dei paesi dell'Unione Europea ed è fortemente influenzata dagli scambi internazionali. L'unione Europea deve generalmente importare circa la metà del miele consumato. Gli scambi mondiali corrispondono al 25% circa della produzione complessiva di miele. Il miele, per la sua intrinseca attitudine alla conservabilità e facilità di trasporto, è considerato dai paesi in via di sviluppo – i quali producono circa il 43% della produzione mondiale - come ottima merce di scambio e fonte importante di valuta pregiata. I prezzi mondiali del prodotto sono significativamente condizionati dai minori costi di produzione di cui possono avvalersi tali paesi extra-europei. Uno dei principali paesi esportatori di miele destinato prioritariamente all'Europa è la Cina. Nel 1994 il primo destinatario di tali esportazioni era il Giappone: dal 1994 ad oggi il flusso del mercato cinese del settore si è progressivamente orientato alle aree europee. Sembra che tale fenomeno sia dovuto alla sostituzione del miele, prima largamente impiegato in Giappone per la dolcificazione di talune bevande gassose di grande consumo, con altri e nuovi edulcoranti. La merce così importata è di qualità meno pregiata di quella mediamente assicurata in Europa, ma - almeno fino ad alcuni anni orsono - la carente legislazione in vigore ha favorito una inesatta informazione e l’orientamento dei consumatori verso prodotti più economici, per la maggior parte di importazione. La produzione europea è del resto insufficiente al consumo raggiunto negli ultimi anni, nei quali il ritrovato interesse per la qualità e genuinità dei prodotti, unitamente a fattori pubblicitari, hanno fatto lievitare sensibilmente la domanda di miele. In base a questo quadro complessivo si spiegano perciò le misure successive che singoli paesi e l'Unione Europea hanno inteso adottare per risollevare e dare spazio a questo determinante comparto produttivo.

 

 


Il quadro normativo nazionale prima della legge n.313 del 2004

 Un breve excursus della normativa nazionale deve prendere le mosse dal primo provvedimento legislativo di settore: varato nel 1925, il regio decreto legge 23 ottobre 1925, n. 2079, convertito nella legge 18 marzo 1926, n. 562, “Provvedimenti per la difesa dell’apicoltura”, rappresenta il primo importante intervento per una disciplina organica. Esso è costituito da norme che hanno inciso in modo sostanziale nell’assetto organizzativo dell’apicoltura italiana, con disposizioni oculatamente finalizzate allo sviluppo, all’organizzazione e alla difesa sanitaria del settore. Tale regio decreto istituiva innanzitutto i Consorzi apistici provinciali che erano organismi deputati ad aggregare attorno ad un unico polo organizzativo tutti gli operatori di una provincia. Le principali ragioni della nascita di queste strutture erano di ordine sanitario, ritenendosi che esse avrebbero potuto meglio garantire la pronta individuazione dei focolai di alcune malattie infettive, il loro controllo, le pratiche di cura da attuare, i programmi di risanamento o di prevenzione nelle zone ritenute a rischio. Ai Consorzi spettava anche il compito di provvedere alla diffusione dei metodi di coltura delle api, la selezione dell’Apis mellifera ligustica, la protezione degli interessi degli apicoltori, il censimento degli alveari e la repressione delle frodi. Parallelamente alla costituzione obbligatoria dei Consorzi, il regio decreto stabiliva l’istituzione di una figura tecnica -l’esperto apistico- che forniva assistenza tecnica agli apicoltori, soprattutto finalizzata alla individuazione di particolari forme patologiche delle api e all’applicazione delle necessarie terapie di risanamento. La riforma del settore sanitario e l’adozione del Regolamento di polizia veterinaria hanno trasferito questa competenza alle ASL, talché tale figura di esperto è sostanzialmente scomparsa rimanendo prevista soltanto in alcune legislazioni regionali.

Il R.D.L. n. 2079 rendeva anche obbligatoria la denuncia delle malattie delle api, disponeva la distruzione tassativa di alveari colpiti da malattie, fissava le distanze tra apiari, vietava l’introduzione nel territorio nazionale di razze di api diverse dell’Apis mellifera ligustica, disponeva controlli sul miele proveniente dall’estero. A tale regio decreto si diede attuazione con il R.D. 17 marzo 1927, n. 614, che tra l’altro regolava la vita sociale dei Consorzi apistici.

Dopo tali importanti provvedimenti, debbono essere citati per un quadro completo dell’assetto normativo nazionale del settore, l’articolo 924 del cod. civ, in virtù del quale il proprietario di sciami di api ha diritto di inseguirli sul fondo altrui; il D.M. 27 marzo 1951 sulla “disciplina dell’allevamento di api regine destinate all’esportazione”, con il quale, data l’importanza della razza autoctona Apis mellifera ligustica, il Ministero dell’agricoltura prevedeva procedure di esportazione con accertamenti sanitari e biometrici per il controllo di purezza.

Negli anni ’70, con il diffondersi della pericolosa varroasi proveniente dall’Est, intervennero numerosi provvedimenti di specifica natura sanitaria emanati dal competente Ministero della Sanità, che comunque non riuscirono ad arginare le gravissime conseguenze della malattia sul patrimonio apistico nazionale. Tra questi provvedimenti vanno citati: l’Ordinanza ministeriale 14 novembre 1972, che detta norme per l’importazione del miele e della cera d’api, disponendo l’obbligo di accompagnamento di un certificato di origine e sanità; l’O.M. 31 marzo 1978, che detta norme per l’importazione dall’estero di api vive e di covate di api ai fini della prevenzione della varroasi; le diverse ordinanze de Ministro della sanità, adottate in data 8/8/1981, 21/4/1983 e 17/2/1995, che dettano norme per la profilassi della varroasi.

Vale da ultimo rammentare che disposizioni di polizia sanitaria in tema di scambi ed importazioni in ambito comunitario di taluni animali sono state approvate con il D.lgs. n. 633/1996, di attuazione di disposizioni comunitarie.

Di grande rilievo per il comparto è stato il recepimento della direttiva n. 409/1974 del Consiglio della Comunità europea, riguardante l’armonizzazione delle legislazioni degli Stati membri della U.E. concernenti il miele, in funzione della quale è stata varata la legge 12 ottobre 1982, n. 753 sul confezionamento, l’etichettatura e la commercializzazione del miele. Il provvedimento è a ragione considerato dagli operatori il riferimento normativo più importante: esso stabilisce la definizione del miele quale prodotto destinato all’alimentazione; fornisce dizioni merceologiche, parametri chimico-fisici; disciplina il confezionamento, l’etichettatura e la commercializzazione del prodotto.

In particolare, detta legge dopo aver dato la definizione del prodotto che ha diritto di fregiarsi della denominazione di miele, elenca i vari tipi miele (art.1), stabilisce le caratteristiche organolettiche (art. 2) ed igienico-sanitarie del prodotto (art. 4), le denominazioni che vanno obbligatoriamente apposte sulla produzione extracomunitarie o sulle miscele di miele comunitario ed extracomunitario (art. 3), determina il contenuto d’acqua specifico per il miele da pasticceria o da industria nonché per quelli del tutto particolare di brughiera e di corbezzolo (art. 5), le modalità di confezionamento e le denominazioni obbligatorie o facoltative da apporre sulla confezione (art. 6). Infine, l’art. 7 prevede che Il Ministro per le politiche agricole, d’intesa con quelli dell’industria e della sanità, pubblichi le metodiche di analisi del miele (in proposito si veda il D.M. del 20/7/1984, G.U. n. 282/1984), e stabilisca le caratteristiche fisico chimiche, microscopiche ed organolettiche dei principali tipi di miele nazionale, nonché le condizioni e requisiti per l’ottenimento dei marchi di qualità.

Si rammenta che sulla illustrata legge n. 753 il legislatore nazionale è stato costretto ad intervenire più volte allo scopo di conformarsi alla disciplina elaborata dalle istituzioni comunitarie.

Ad integrazione della citata legge sul miele, sono stati adottati il D.M. 20 luglio 1984 contenente disposizioni in merito ai metodi ufficiali di analisi per il controllo delle caratteristiche di composizione del miele e il D.M. 25 ottobre 1985 che obbliga all’adozione di appositi registri per le annotazione del carico e dello scarico di magazzino, nonché delle operazioni di miscelazione del miele da parte dei confezionatori e importatori.

Oltre alle norme nazionali ed ai provvedimenti attuativi ad esse collegati, giova segnalare che l’apicoltura è stata oggetto di normazione da parte delle regioni, le quali hanno tutte provveduto a dotarsi di una propria disciplina di settore, in alcuni casi anche con disposizioni fortemente innovative.

Vale peraltro segnalare che il sostegno economico del settore apistico passa sovente proprio attraverso le regioni, le quali vi hanno provveduto sia con la elaborazione di proprie norme recanti sovvenzioni, sia attivando i canali previsti dall’Unione europea per l’utilizzo delle risorse dei fondi strutturali.

Infine, va segnalato che talune regioni avevano previsto contributi per i piani di miglioramento aziendale facendo esplicito richiamo al vecchio reg. 2328/91, o a quello successivo, il reg. 950/97 (di abrogazione del precedente), di sostegno dell’efficienza delle strutture agrarie. Detti provvedimenti sono ormai superati dalla riforma introdotta da Agenda 2000. La quasi totalità delle regioni utilizza ora il regolamento 1221/97. Dal finanziamento del reg. 1221 sono comunque escluse le azioni contenute nei programmi operativi nazionali relativi agli obiettivi 1, e 5b (per le regioni in ritardo e per lo sviluppo delle zone rurali).


 Il regolamento (CEE) n. 1221/97 si prefigge di migliorare la produzione e la commercializzazione del miele nell'Unione europea. Nel quadro di tale regolamento gli Stati membri hanno la possibilità di predisporre programmi nazionali annuali (l’ultimo presentato dall’Italia è relativo all’annata 2003-2004) in stretta collaborazione con organizzazioni professionali e cooperative. Tali programmi prevedono una o più delle cinque azioni prioritarie seguenti:

§         assistenza tecnica,

§         lotta contro la varroasi,

§         razionalizzazione della transumanza,

§         provvedimenti di sostegno a favore dei laboratori di analisi del miele,

§         ricerca applicata in materia di miglioramento qualitativo del miele.

Nel novembre 1997 la Commissione ha stabilito le regole di applicazione di tale regolamento mediante regolamento (CEE) n. 2300/97. Le modalità d'applicazione prevedono fra l'altro:

§         gli elementi che dovranno figurare nei programmi nazionali

§         la data di comunicazione dei programmithe

§         la ripartizione dei Fondi comunitari

§         gli elementi relativi agli studi sulla struttura del settore.

 

 

 

La legge 24 dicembre 2004, n.313

 

La legge n.313 del 2004, approvata in sede legislativa da entrambi i rami del Parlamento con l’ampio consenso di tutte le forza politiche, ha introdotto una disciplina organica dell’apicoltura nell’ordinamento nazionale, definendo un nuovo sistema di programmazione nazionale degli interventi a favore del settore e colmando lacune normative relative a specifici profili, nel quadro di un ampio coinvolgimento delle autonomie regionali.

La legge riconosce in primo luogo l’apicoltura come attività di interesse nazionale (articolo 1), definisce in modo giuridicamente certo le figure di apicoltore, imprenditore apistico e apicoltore professionista (articolo 3).

Sul versante della razionalizzazione amministrativa la legge (articolo 6)  introduce l’obbligo di denuncia degli apiari e degli alveari esistenti e l’obbligo di denuncia di inizio di attività, da adempiere entro 180 giorni dalla data di entrata in vigore della legge (ossia entro il 25 giugno 2005), condizionando al rispetto di tali adempimenti l’assegnazione degli incentivi previsti per il settore, nonché specifiche norme sulle distanze minime per gli apiari.

Per quanto concerne la programmazione nazionale degli interventi, la legge (articolo 5) introduce a livello normativo il documento programmatico per il settore apistico, di durata triennale ma aggiornabile ogni anno, quale strumento di pianificazione degli interventi. L’elaborazione del documento prevede l’ampio coinvolgimento di tutte le realtà associative operanti nel settore (organizzazioni professionali agricole e degli apicoltori, unioni nazionali di associazioni di produttori, cooperative e associazioni di consumatori) e delle regioni, sia attraverso la predisposizione di programmi apistici regionali, sia mediante la previsione dell’intesa in sede di Conferenza permanente Stato-regioni ai fini della formale adozione del piano. Il documento programmatico è chiamato, in particolare, a definire gli indirizzi e le azioni di coordinamento delle attività del settore con particolare riguardo alla tutela e alla promozione del miele italiano, alla tracciabilità del prodotto, alla valorizzazione delle DOP e IGP, al sostegno delle organizzazioni di produttori, all’uso degli antiparassitari (demandando alle regioni l’individuazione di limitazioni e divieti), al controllo sul miele di importazione, all’incentivazione dei giovani e degli apicoltori operanti in zone svantaggiate, alla salvaguardia delle api italiane. Alla ripartizione delle risorse volte a finanziare il Piano (quantificate in 2 milioni di euro annui per il 2004, 2005 e 2006) si provvede con DM del Ministero delle politiche agricole e forestali, anche in questo caso previa intesa in sede di Conferenza permanente Stato-regioni.

Oltre alle azioni che saranno oggetto del Piano programmatico, la legge introduce specifici strumenti volti ad agevolare l’esercizio delle attività del settore. La legge riconosce innanzitutto all’apicoltura (anche se non correlata alla gestione del terreno) e all’attività di impollinazione (articoli 2 e 9) il carattere di attività agricole per connessione  e, per quest’ultima, specifici benefici fiscali (determinazione del reddito imponibile applicando all’ammontare dei ricavi un coefficiente di redditività del 25 %, ad esclusione tuttavia delle SPA e delle SRL). Per quanto attiene, invece, alle risorse nettarifere, la legge (articolo 7) dispone che lo Stato e le regioni incentivino il nomadismo, prevede la conservazione dei diritti acquisiti dai soggetti già operanti nel settore, introduce l’obbligo per gli enti pubblici di agevolare la dislocazione degli alveari nei fondi di loro proprietà o ad altro titolo detenuti ed esonera gli apicoltori dalla tenuta dei registri di carico e scarico delle sostanze zuccherine necessarie per l’alimentazione delle api.

La determinazione delle sanzioni amministrative per le violazioni della normativa, nazionale e regionale, in materia di miele, è rimessa alle regioni.

 

Andamento del settore in Italia

 

I dati più aggiornati sull’andamento produttivo e di mercato del miele in Italia sono desumibili dal Rapporto annuale 2004 dell’Osservatorio nazionale della produzione e del mercato del miele.